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pietro sforza pallavicino (cardinale) - Società Agricola Riario Sforza s.s.

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PIETRO SFORZA PALLAVICINO






Dei marchesi di Parma, nacque a Roma nel 1607.
Laureatosi in Teologia scolastica nel 1628, il cardinale Maurizio di Savoia lo ammise ella letteraria adunanza che fioriva nel suo palazzo. Venne pure annoverato nella celebre accademia degli Umoristi.
Nel 1632 fu destinato governatore di Jesi, indi di Orvieto e di Camerino.
Dopo una crisi spiritule, decise di farsi gesuita ed entrò nella compagnia di Gesù nel 1637, all’età di 29 anni, contro il volere del padre.
Nel 1639 insegnò filosofia nel collegio romano e, nel 1643, prese la cattedra prima occupata dal celebre de Lugo.
Papa Alessandro VII lo nominò esaminatore dei vescovi e consultore del s. offizio, finchè il 10 novembre 1659 lo nominò cardinale prete di S. Susanna, poi di S. Salvatore in Lauro.
Egli, per fuggire agli onori, non voleva accettare la porpora cardinalizia e dovette cedere solo per comando di obbedienza, continuando però l’antico tenore di vita sino alla morte.
Fu un mecenate per i letterati.
Morì in sede vacante nel 1667 all’età di 60 anni. Fu seppellito in S. Andrea de’ Gesuiti.
Fu autore d 23 opere stampate e di 7 inedite. La sua opera più celebre è la Storia del Concilio di Trento.



Per una maggiore completezza:

Pietro Sforza Pallavicino nacque a Roma il 28 novembre 1607 dal marchese Alessandro Pallavicino, figlio adottivo di Sforza Pallavicino, celebre generale della Repubblica Veneta, e da Francesca Sforza dei duchi di Segni, già vedova di Ascanio della Cornia.
Il nome Sforza che gli venne imposto è un omaggio al celebre nonno e non, come molti hanno creduto, un secondo cognome, mutuato dalla madre.
Discendente dalla linea di Parma della antica e nobile casa dei Marchesi Pallavicino, primogenito della sua famiglia, rinunciò al diritto di primogenitura per accedere al sacerdozio. Dopo gli studi elementari (in casa come d'uso nelle famiglie nobili) entrò come esterno al Collegio Romano, dove si applicò soprattutto alla filosofia, sotto la guida di Vincenzo Aragna, e alla giurisprudenza. Inizia allora i primi esperimenti poetici, seguiti ed incoraggiati, tra gli altri, dal cardinale Ottavio Bandini e da Giovanni Battista Rinuccini, il futuro arcivescovo di Fermo al quale dedicherà il suo Trattato dello stile e del dialogo.
Conseguì sia il dottorato in filosofia che quello in giurisprudenza nel 1625. Non contento, decise di iscriversi al corso tenuto dal celebre teologo spagnolo Juan de Lugo, futuro cardinale; si laureò quindi in teologia nel 1628 (la tesi, De universa Theologia, è conservata manoscritta). Papa Urbano VIII, al quale Pallavicino aveva accortamente dedicato la propria tesi, lo nominò referendarius utriusque signaturæ e membro delle congregazioni del Buon Governo e dell’Immunità ecclesiastica, assegnandogli una pensione di 250 scudi.
Pallavicino iniziò a tenere lezioni di filosofia presso il palazzo del cardinale Maurizio di Savoia e nello stesso periodo fu accolto nell’Accademia degli Umoristi (della quale fu per un certo periodo Principe); frequentando Virginio Cesarini, conobbe alcune delle personalità di spicco della cultura romana, tra le quali Agostino Mascardi, Fulvio Testi, Giovanni Barclaio e Giulio Strozzi.
Nel 1632 fu nominato Governatore di Jesi, Orvieto, e Camerino, incarico che tenne per molto tempo.
Nonostante l'opposizione del padre, egli entrò nella Compagnia di Gesù il 21 giugno 1637. Il noviziato si svolse sotto la guida di Giampaolo Oliva (che diverrà Generale della Compagnia) e dopo soli sedici mesi (in luogo dei consueti due anni) ottenne la cattedra di filosofia al Collegio Romano.
Nel 1643, quando Juan de Lugo fu creato cardinale, Pallavicino gli successe nella cattedra di teologia, tenendola fino al 1651. Poco dopo fu nominato Prefetto generale agli studi del Collegio.
Negli stessi anni fu spesso impiegato da Innocenzo X, in materie di grande importanza. In questo modo divenne membro della commissione di tredici teologi e sette cardinali, guidata dal cardinale Bernardino Spada, incaricata di esaminare gli scritti di Giansenio e in particolare il De Ecclesia Bicipiti, che sosteneva la perfetta parità degli apostoli Pietro e Paolo.
Fu inoltre incaricato di esaminare gli scritti di Martin de Barcos, due dei quali furono da lui proposti per la condanna nel 1647.
Prima del suo ingresso tra i Gesuiti aveva pubblicato orazioni e poesie. Del suo grande poema in ottave I fasti sacri, che avrebbe dovuto cantare (in 14 canti) tutte le ricorrenze del calendario cristiano, ma che rimase interrotto al settimo canto, il papa Urbano VIII aveva fatto pubblicare una parte (Roma, 1636), ma il suo ingresso nel noviziato ne ha sospeso l'ulteriore stesura.
La sua prima grande opera letteraria come gesuita è stata una tragedia, Ermenegildo martire (Roma, 1644). Nello stesso anno apparve Del Bene. Quattro libri (Roma 1644). L’anno successivo escono le Considerazioni sopra l’arte dello stile e del dialogo, che riappariranno, con sostanziali modifiche, nel 1647 con il titolo di Arte dello stile. Ha curato e pubblicato le opere del suo amico Giovanni Ciampoli; di questi apparvero a Roma le Rime (1648) e le Prose (1667 e 1676).
In replica alle numerose accuse sollevate contro la Compagnia di Gesù (De Potestate Pontificia in Societatem Jesu, dell’ex gesuita Giulio Clemente Scotti, apparso nel 1645 e Monarchia Solipsorum, anonimo), Pallavicino compose una vigorosa apologia, Vindicationes Societatis Jesu, quibus multorum accusationes in eius Institutum, leges, palestre, mores refelluntur (Roma, 1649), scritto su richiesta del Generale dell'Ordine Vincenzo Carafa.
Nello stesso anno iniziò la pubblicazione del suo grande lavoro dogmatico, associato alle sue conferenze teologiche , "Assertiones theologicæ". L'opera completa tratta l'intero campo del dogma in nove libri. I primi cinque libri, apparsi in tre volumi (Roma, 1649), i restanti quattro libri sono inclusi nei volumi IV-VIII (Roma, 1650-1652). Immediatamente dopo questo ha iniziato la pubblicazione di dispute sulla seconda parte della Summa theologica di San Tommaso, RP Sfortiæ Pallavicini... Disputationum in Iam IIæ d. Thomae Tomus I (Lione, 1653). Tuttavia solo il primo volume del lavoro fu pubblicato, perché Pallavicino, nel frattempo, era stato incaricato dal papa di scrivere una smentita della Storia del Concilio di Trento di Paolo Sarpi.
L'Istoria del Concilio di Trento. L'opera polemica e ostile di Sarpi sul Concilio di Trento era apparsa già nel 1619 sotto uno pseudonimo (Storia del Concilio Tridentino, nella quale si scoprono tutti gli artifici della corte di Roma... Di Pietro Soave Pollano, Londra , 1619). Diversi studiosi cattolici avevano già iniziato a raccogliere il materiale per una smentita di questo lavoro, ma nessuno era stato in grado di terminare la gigantesca impresa. Un gesuita, Terenzio Alciati (Prefetto agli studi presso il Collegio Romano), e un monsignore, Felice Contelori (1588-1652), avevano raccolto una vasta massa di materiale; avevano appena iniziata la compilazione quando morirono improvvisamente, il primo nel 1651 e l'altro nel 1652.
Pallavicino per ordine del papa Innocenzo X e di Goswin Nickel, il nuovo Generale dei Gesuiti, ne continuò il lavoro. Di conseguenza si dimise dalla sua cattedra presso il Collegio Romano, per dedicarsi esclusivamente a questo compito impegnativo. Egli utilizzò tutto il materiale a disposizione, precedentemente raccolto da Contelori e Alciati, e aggiunse il frutto di proprie ricerche negli archivi romani e non romani.
Ebbe a sua disposizione i documenti dell'Archivio Segreto Vaticano senza restrizioni. Fu quindi in grado di pubblicare il lavoro fin dal 1656-1657 in due volumi in folio. Pallavicino ne pubblicò poi una nuova edizione in tre volumi (Roma, 1664). Con l'assistenza del suo segretario Cataloni, ne preparò un'edizione ridotta in cui sono omessi molti passi polemici (Roma, 1666).
Fino a tempi molto recenti, l'opera di Pallavicino è stata la principale fonte (di parte cattolica) per la storia del Concilio di Trento. Estratti di essa sono apparsi spesso, e Francesco Antonio Zaccaria nel 1733 ne ha pubblicato un'edizione commentata in 4 volumi. Il lavoro è stato anche tradotto in latino da un gesuita, Giovanni Battista Giattini; in tedesco di Theodor Friedrich Klitsche de la Grange, in francese e in spagnolo.
Il lavoro di Pallavicino è più vasto e più meditato di quello del suo avversario Sarpi. Ma si tratta di un trattato apologetico, e per questo motivo, non esente da parzialità in quanto non è senza errori. In polemica con l'opera di Pallavicino, Francesco Maria Maggi pubblicò un opuscolo in difesa della memoria di Paolo IV, che egli riteneva ingiustamente calunniato nell’Istoria. Pallavicino rifiutò la disputa aperta e, dopo aver risposto privatamente in forma epistolare, lasciò cadere la questione finché la polemica non si sgonfiò da sola.
Pallavicino ricevette il dovuto riconoscimento da papa Alessandro VII. Il 19 aprile 1657 fu creato cardinale in pectore; il 10 novembre 1659 la sua elevazione al cardinalato fu resa pubblica. Tuttavia continuò il suo semplice, pio modo di vivere. Il papa nei primi tempi lo consultava spesso su importanti questioni, poi i rapporti cordiali col papa iniziarono a raffreddarsi: la ragione è nel nepotismo del pontefice, pratica allora comune, ma dalla quale il Chigi all’inizio del regno pareva volesse astenersi; le rimostranze di Pallavicino segnarono l’inizio del declino dei loro rapporti; sta di fatto che da quel momento il Cardinale lasciò interrotta la Vita di Alessandro VII che andava scrivendo e che verrà pubblicata solo nell'Ottocento.
Espletò sempre i suoi diversi compiti con la massima coscienza. Destinò gran parte delle proprie rendite a sostenere gli sforzi scientifici. Proseguì anche l'opera letteraria, non solo con le riduzioni e riedizioni dell'Istoria del Concilio ma anche con un trattato mistico-ascetico, Arte della perfezione cristiana, divisa in tre libri, del 1665, composto su esortazione di Carlo Tommasi, chierico teatino. Molte delle sue opere sono state stampate solo successivamente, altre sono ancora inedite. Dopo esser diventato cardinale, Pallavicino continuò a proteggere e sostenere i Gesuiti.
Intanto la sua salute andava peggiorando finché nell’aprile del 1667, a seguito di un ulteriore peggioramento, Pallavicino decise di lasciare il palazzo in cui viveva, in piazza Quattro Fontane e di trasferirsi nel noviziato gesuitico di Sant’Andrea. Lì, il 22 maggio, lo raggiunse la notizia della morte del pontefice che lo colpì tanto da aggravarne ulteriormente le condizioni di salute.
Morì, assistito da Alessandro Fieschi, assistente d’Italia della Compagnia di Gesù e del Generale Giampaolo Oliva, il suo primo maestro del noviziato, il 5 giugno nel 1667, durante il Conclave, al quale non poté partecipare.
Venne sepolto nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, dove ancor oggi si vede la lastra marmorea e la semplice iscrizione che egli stesso dettò nel proprio testamento.
L'anno dopo la sua morte il suo ex segretario, Giambattista Galli Pavarelli, pubblicò una raccolta delle sue lettere, Lettere dettate dal card. Sforza Pallavicino (Roma, 1668). Altre collezioni apparvero a Bologna (1669), a Venezia (1825), a Roma (4 voll., 1848).








 

  
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