GALEAZZO MARIA SFORZA

Figlio primogenito di Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti, nacque a Fermo presso la rocca del Girifalco. In contrasto all'uso del tempo che prevedeva che al primogenito venisse assegnato il nome dell'avo paterno, il nome fu scelto dal nonno materno, Filippo Maria Visconti che impose il nome Galeazzo in memoria di suo padre e il nome Maria in ottemperanza al voto dello stesso, sancendo in questo modo la continuità della casata viscontea nella giovane dinastia Sforza.
Alla morte del padre (8 marzo 1466) Galeazzo Maria si trovava in Francia alla guida di una spedizione militare inviata da Francesco Sforza in aiuto a Luigi XI Valois che era in lotta contro i grandi feudatari capeggiati da Carlo I di Borgogna (il temerario).
Galeazzo, richiamato in patria dalla madre, rientrò a Milano il 20 marzo 1466 passando da porta Ticinese e in mezzo ad una folla acclamante: i festeggiamenti per il suo ingresso erano stati preparati con sollecitudine da Bianca Maria per mettere a tacere coloro che osavano dubitare della legittima successione.
Il giovane duca segna il decadimeato della stirpe sforzesca. Uberto Foglietta, suo biografo, lo definisce un mostro di vizi e di virtù. Il diarista ferrarese dice ch'era uno homo che faceva di grandi pazzie et cose disoneste da non scrivere.
Salito al trono a 22 anni e vissuto sempre in mezzo agli agi, ed alle adulazioni dei cortigiani, divenne corrotto e crudele, vanaglorioso e magnifico.
Nei primi anni vi fu una sorta di co-reggenza di Galeazzo Maria insieme alla madre Bianca Maria ma, ben presto, l'eccessiva impulsività e il carattere autoritario del giovane duca crearono attriti nel rapporto e Bianca Maria decise di allontanarsi da Milano.
Intorno al 1470 Galeazzo introdusse in Milano la nuova moneta, il Testone d'argento, del peso di circa 10 g. Secondo gli esperti questa moneta rappresenta il passaggio dalla monetazione medievale a quella rinascimentale. Si chiama "testone" perché riporta sul dritto il profilo del Duca.
Alla morte del padre (8 marzo 1466) Galeazzo Maria si trovava in Francia alla guida di una spedizione militare inviata da Francesco Sforza in aiuto a Luigi XI Valois che era in lotta contro i grandi feudatari capeggiati da Carlo I di Borgogna (il temerario).
Galeazzo, richiamato in patria dalla madre, rientrò a Milano il 20 marzo 1466 passando da porta Ticinese e in mezzo ad una folla acclamante: i festeggiamenti per il suo ingresso erano stati preparati con sollecitudine da Bianca Maria per mettere a tacere coloro che osavano dubitare della legittima successione.
Il giovane duca segna il decadimeato della stirpe sforzesca. Uberto Foglietta, suo biografo, lo definisce un mostro di vizi e di virtù. Il diarista ferrarese dice ch'era uno homo che faceva di grandi pazzie et cose disoneste da non scrivere.
Salito al trono a 22 anni e vissuto sempre in mezzo agli agi, ed alle adulazioni dei cortigiani, divenne corrotto e crudele, vanaglorioso e magnifico.
Nei primi anni vi fu una sorta di co-reggenza di Galeazzo Maria insieme alla madre Bianca Maria ma, ben presto, l'eccessiva impulsività e il carattere autoritario del giovane duca crearono attriti nel rapporto e Bianca Maria decise di allontanarsi da Milano.
Intorno al 1470 Galeazzo introdusse in Milano la nuova moneta, il Testone d'argento, del peso di circa 10 g. Secondo gli esperti questa moneta rappresenta il passaggio dalla monetazione medievale a quella rinascimentale. Si chiama "testone" perché riporta sul dritto il profilo del Duca.
I dotti, gli artisti, i poeti, apprezzava come fabbricatori della sua fama, così che gli onorava tutti ugualmente, amicandoseli con ricchi doni.
Galeazzo Maria Sforza voleva che la sua corte milanese fosse la più splendida d'Italia. Ma le violenze del duca offuscarono alfine le sue liberalità.
Accecato dalle passioni si abbandonava ad atti crudeli.
Ad un tal Petrino da Castello, per averlo veduto conversare con una sua amante, fece mozzare ambedue le mani.
Pietro del Drago per ordine di Galeazzo fu inchiodato vivo in una cassa e poi sepolto come morto.
Questi ed altri delitti attirarono sul duca l'odio dei milanesi e prepararono gli animi alla congiura.
Cola Montano, maestro di eloquenza, che il duca per certe satire scritte contro di lui, aveva fatto un giorno frustare in pubblico, armò la mano di tre adolescenti suoi discepoli, per uccidere il tiranno.
Questi furono Giovanni Andrea Lampugnani, Carlo Visconti e Girolamo Olgiati.
La mattina di S. Stefano del 1476, la duchessa Bona, moglie di Galeazzo, si alza dal letto turbata da un sogno malefico.
Era parso a lei di trovarsi nella chiesa di quel santo, e c'era un morto trucidato.
Cerca di distogliere il consorte dall'andare a messa in quella chiesa, come aveva stabilito, ma non vi riesce. Il duca, colto quasi da un fosco presentimento, quand'è per scendere le scale di casa, si ferma: chiede di riabbracciare i figliuoli. <<Et non si poteva satiar di baciargli, racconta il Cerio, che vide il duca ad una finestra in mezzo ai due fanciulli, et quasi pareva che da lor non si sapesse partire>>. Si decide alfine, e montato a cavallo, va alla chiesa di S. Stefano. Quivi l'attendevano i congiurati.
Galeazzo Maria fa per entrare nel tempio, d'onde veniva il canto: Sic transit gloria mundi, ma quelli gli si stringono addosso. Il Lampugnani giunto vicino al duca gli s'inginocchia dinanzi come per presentargli una supplica, e lo colpisce con una pugnalata al ventre.
Due, tre, quattro pugnali lampeggiano in aria, e il duca cade sotto i colpi, ferito a morte.
Oh nostra donna! egli grida spirando su la soglia del tempio. Doveva compire ancora 33 anni.
La folla fece vendetta atroce dogli assassini, i quali come i Pazzi, come Pietro d'Oria o Prospero Adorno, avevano sperato con l'uccisione dei tiranni di riacquistare alla loro patria la libertà. I tre congiurati, infatti, seguirono il giovane Galeazzo nell'aldilà: il Lampugnani venne subito ucciso da una guardia del Duca; il Visconti venne catturato e successivamente messo a morte; l'Olgiati, che riuscì a scappare dal tempio ma al quale alcuni parenti negarono l'ospitalità, venne catturato dopo alcuni giorni e, dopo terribili torture, ucciso per squartamento.
Quando Sisto IV udì la fine di Galeazzo, disse queste parole profetiche : È morta la pace d'Italia...
Dal matrimonio, avvenuto nel 1468, con Bona di Savoia, nacquero Gian Galeazzo Maria Sforza, Ermes Maria Sforza, Bianca Maria Sforza (che sposò l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo) e Anna Maria Sforza (che sposò Alfonso I d'Este duca di Ferrara).
Con Lucrezia Landriani ebbe i seguenti figli illegittimi:
Carlo Sforza, Caterina Sforza, Alessandro Sforza, Chiara Sforza.
Con Lucia Marliani ebbe i seguenti figli illegittimi:
Galeazzo detto il contino di Melzo e Ottaviano Maria Sforza (1475 - 1545), che divenne vescovo di Lodi.
Galeazzo Maria Sforza voleva che la sua corte milanese fosse la più splendida d'Italia. Ma le violenze del duca offuscarono alfine le sue liberalità.
Accecato dalle passioni si abbandonava ad atti crudeli.
Ad un tal Petrino da Castello, per averlo veduto conversare con una sua amante, fece mozzare ambedue le mani.
Pietro del Drago per ordine di Galeazzo fu inchiodato vivo in una cassa e poi sepolto come morto.
Questi ed altri delitti attirarono sul duca l'odio dei milanesi e prepararono gli animi alla congiura.
Cola Montano, maestro di eloquenza, che il duca per certe satire scritte contro di lui, aveva fatto un giorno frustare in pubblico, armò la mano di tre adolescenti suoi discepoli, per uccidere il tiranno.
Questi furono Giovanni Andrea Lampugnani, Carlo Visconti e Girolamo Olgiati.
La mattina di S. Stefano del 1476, la duchessa Bona, moglie di Galeazzo, si alza dal letto turbata da un sogno malefico.
Era parso a lei di trovarsi nella chiesa di quel santo, e c'era un morto trucidato.
Cerca di distogliere il consorte dall'andare a messa in quella chiesa, come aveva stabilito, ma non vi riesce. Il duca, colto quasi da un fosco presentimento, quand'è per scendere le scale di casa, si ferma: chiede di riabbracciare i figliuoli. <<Et non si poteva satiar di baciargli, racconta il Cerio, che vide il duca ad una finestra in mezzo ai due fanciulli, et quasi pareva che da lor non si sapesse partire>>. Si decide alfine, e montato a cavallo, va alla chiesa di S. Stefano. Quivi l'attendevano i congiurati.
Galeazzo Maria fa per entrare nel tempio, d'onde veniva il canto: Sic transit gloria mundi, ma quelli gli si stringono addosso. Il Lampugnani giunto vicino al duca gli s'inginocchia dinanzi come per presentargli una supplica, e lo colpisce con una pugnalata al ventre.
Due, tre, quattro pugnali lampeggiano in aria, e il duca cade sotto i colpi, ferito a morte.
Oh nostra donna! egli grida spirando su la soglia del tempio. Doveva compire ancora 33 anni.
La folla fece vendetta atroce dogli assassini, i quali come i Pazzi, come Pietro d'Oria o Prospero Adorno, avevano sperato con l'uccisione dei tiranni di riacquistare alla loro patria la libertà. I tre congiurati, infatti, seguirono il giovane Galeazzo nell'aldilà: il Lampugnani venne subito ucciso da una guardia del Duca; il Visconti venne catturato e successivamente messo a morte; l'Olgiati, che riuscì a scappare dal tempio ma al quale alcuni parenti negarono l'ospitalità, venne catturato dopo alcuni giorni e, dopo terribili torture, ucciso per squartamento.
Quando Sisto IV udì la fine di Galeazzo, disse queste parole profetiche : È morta la pace d'Italia...
Dal matrimonio, avvenuto nel 1468, con Bona di Savoia, nacquero Gian Galeazzo Maria Sforza, Ermes Maria Sforza, Bianca Maria Sforza (che sposò l'imperatore Massimiliano I d'Asburgo) e Anna Maria Sforza (che sposò Alfonso I d'Este duca di Ferrara).
Con Lucrezia Landriani ebbe i seguenti figli illegittimi:
Carlo Sforza, Caterina Sforza, Alessandro Sforza, Chiara Sforza.
Con Lucia Marliani ebbe i seguenti figli illegittimi:
Galeazzo detto il contino di Melzo e Ottaviano Maria Sforza (1475 - 1545), che divenne vescovo di Lodi.
Mauro Colombo, L'assassinio del duca Galeazzo Maria Sforza
P. Misciattelli, Personaggi del Quattrocento italiano, Gaetano Garzoni Provenzani Editore, Roma 1914